mercoledì 16 febbraio 2022

Bambini germanizzati, economia e conferenza sul futuro dell’Europa

 










Achtung, binational babies: bambini germanizzati, economia e conferenza sul futuro dell’Europa

Questa rubrica si occupa di bambini binazionali e del sistema tedesco che si appropria di tutti loro per germanizzarli. Purtroppo il problema viene spesso circoscritto a quello delle sottrazioni internazionali, mentre la maggior parte delle sottrazioni avviene in territorio tedesco. In quel Paese il genitore non tedesco, in particolare quando si separa, è sistematicamente privato del suo ruolo genitoriale, gli viene impedito di trasmettere lingua e cultura del suo paese e viene ridotto a mero pagatore. In Europa molte associazioni di diversi Paesi si sono avvicinate e lavorano insieme per sottolineare il fatto che non si tratta di un problema italo-tedesco, o franco-tedesco, o polacco-tedesco, bensì del problema che rappresenta il sistema tedesco stesso e la sua peculiarità di esportare tale prevaricazione ben oltre i suoi confini. La finalità di germanizzare i bambini non è solo culturale, come potrebbe in un primo momento apparire, bensì economica. L’Unione europea, che con le sue istituzioni si erge a modello di democrazia, di uguaglianza e di rispetto dei diritti fondamentali, è fino ad ora rimasta sorda a tutti gli appelli, incapace di riconoscere che le più gravi violazioni dei diritti umani avvengono al suo interno. Togliere ad un bambino parte (o interamente) la sua identità è un crimine gravissimo, togliere futuro e risorse economiche ad altri paesi dell’unione non è da meno.

Il 18 gennaio l’Associazione “Alienation free zone” di Marsiglia ha diffuso un contributo alla Conferenza sul futuro dell'Europa. Nel testo si legge: La nostra iniziativa è mossa da una constatazione: la disfunzione istituzionale per cui i meccanismi dell'Unione Europea non sono oggi in grado di preservare la continuità del legame familiare e dunque l'interesse superiore del bambino, che va di pari passo con quello dei genitori. Il legame genitore-figlio è sistematicamente sradicato in alcune giurisdizioni - il bambino è tenuto prigioniero e strumentalizzato per ottenere pagamenti da uno o entrambi i genitori, privati arbitrariamente della loro genitorialità. Un importante tema correlato è quello dell'equità davanti ai tribunali. Riteniamo – continua il comunicato - questo tema centrale e decisivo per la coesione dell'Unione europea, sia nella sua dimensione giuridica che nella sua trasposizione nei campi economico, sociale e/o del mercato del lavoro. Non dimentichiamo che il bambino di oggi sarà la risorsa di domani. Più avanti l’Associazione si chiede anche: La Garanzia europea per l'infanzia sarà, a lungo andare, un'incarnazione dei principi del diritto tedesco che danno alle amministrazioni tutti i poteri di ingerenza nella famiglia e nel rapporto genitori-figli? O sarà in grado di salvaguardare la continuità del legame familiare, così come i diritti dei genitori, quelli di cui godevamo originariamente nelle nostre società non germaniche? I deputati di tutti i partiti vengono poi sollecitati a presentare la seguente interrogazione scritta alla presidenza del Consiglio dell'Unione europea:

- Quale calendario e quali misure concrete intende adottare il Consiglio dell'UE per porre fine alle discriminazioni perpetrate in nome di una nozione che non può essere assimilata all’interesse superiore del fanciullo: il "Kindeswohl", in altre parole, "l'interesse superiore della comunità economica tedesca attraverso il bambino"?

- Come intendono le autorità europee garantire l'esercizio effettivo di una bigenitorialità non discriminatoria a livello dell'Unione europea, mentre oggi questo rimane ancorato al principio di sussidiarietà? Ciò implica la delega dei poteri decisionali a livello federale locale e lascia così libero sfogo all'arbitrio di una rete di organismi istituzionali, politico-amministrativi, ma anche privati e semi-privati che agiscono al di fuori di qualsiasi struttura di controllo; controllo che dovrebbe invece farsi garante anche degli interessi non tedeschi. Sinceramente nutriamo molti dubbi sul fatto che le istituzioni europee e nazionali vogliano davvero riflettere sulle conseguenze di queste germanizzazioni che da decenni non solo non cessano, ma si ampliano in modo sempre più veloce, grazie ad accordi e trattati. Riteniamo però che l’opinione pubblica debba essere informata, che ogni cittadino debba sapere del rischio che corre nel procreare un bambino italo-tedesco e che solo la conoscenza possa aiutarci nell’arginare questa vergognosa deriva.

Dott.ssa Marinella Colombo
Membro della European Press Federation
Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus - Roma
Membro dell’Associazione European Children Aid (ECA) - Svizzera
Membro dell’Associazione Enfants Otages - Francia

Fonte:https://www.ilpattosociale.it/rubriche/achtung-binational-babies-bambini-germanizzati-economia-e-conferenza-sul-futuro-delleuropa/

 


sabato 5 febbraio 2022

Achtung, binational babies: “scappa in Germania con il figlio … denuncia alla polizia…”

 



Quante volte leggiamo titoli di questo tipo che rimandano ad articoli nei quali si narrano le vicende di genitori italiani la cui compagna/o se ne è andata/o in Germania portando con sé la prole. Si tratta di vicende che sono la premessa a drammi ben più gravi di quelli già tremendi della sottrazione internazionale, perché la Germania tutela così tanto i propri concittadini da arrivare a privare sistematicamente i bambini binazionali della loro identità italiana. In altre parole il genitore italiano – e con lui tutta la sua famiglia - è destinato a perdere ogni contatto con il proprio figlio che dunque finirà per non parlare più neppure la lingua italiana. Peggio ancora, al bambino verrà trasmesso un senso di sospetto e quasi di disprezzo per quel paese e quella cultura che dovrebbero essere invece amati proprio perché parte integrante del proprio essere.

Ma perché la denuncia alla polizia o ai carabinieri non serve a riportare a casa il bambino e può addirittura essere negativa? Senza entrare in disquisizioni troppo tecniche e giuridiche, basterà ricordare che la denuncia, e dunque il correlato procedimento penale, viene fatta nei confronti dell’altro genitore e dell’illecito commesso, ma non è finalizzata al rimpatrio del bambino. Ed ecco l’errore ulteriore: la legge tedesca non prevede l’estradizione del cittadino tedesco che dichiari di non voler essere estradato! A che pro dunque la denuncia e la successiva richiesta di estradizione se inevitabilmente non produrrà che un diniego? Dovremmo sicuramente chiedere a chi ha firmato a nome del popolo italiano gli accordi sul mandato d’arresto europeo perché lo ha fatto, dato che manca completamente la reciprocità, il cittadino tedesco non viene estradato, quello italiano sì. Ma torniamo al caso concreto. Per il rimpatrio del bambino bisognerà attivare il procedimento civile in Convenzione Aia, o meglio, per i paesi europei, la richiesta di rimpatrio in base al regolamento 2201/2003, al quale hanno aderito sia l’Italia che la Germania. Purtroppo non tutti gli avvocati hanno dimestichezza con questo strumento, ma soprattutto pochissimi sanno come in generale si svolgono le udienze in Germania e in particolare in questo genere di procedimenti. Anche a chi ha contatti con un collega in Germania sarebbe meglio chiedere quanti bambini ha concretamente riportato in Italia.

A questo proposito, permettetemi di ricordare che, stando alle statistiche ufficiali del Ministero, l’Italia è ai primi posti tra i paesi che inviano i bambini all’estero e tra gli ultimi per bambini riportati in Italia. Tutto ciò al netto del fatto che solo una piccola parte dei casi di sottrazione viene comunicata e registrata dal Ministero. Nei casi che per la statistica si sono conclusi positivamente con un accordo tra le parti è successo in realtà quanto segue. Quando la richiesta di rimpatrio giunge in Germania e il giudice tedesco che deve decidere se rimpatriare il bambino si rende conto che il piccolo – secondo leggi e regolamenti - dovrebbe senz’altro tornare in Italia, si mette allora in moto in maniera più o meno conscia il meccanismo di tutela degli interessi tedeschi e del Kindeswohl, il bene del bambino inteso come sua completa germanizzazione. Tutto il sistema spingerà per una mediazione ed un conseguente accordo. In tale sistema sono inclusi: giudice, Jugendamt, controllore del procedimento (Verfahrensbeistand, falsamente tradotto come avvocato del bambino), avvocati ed eventuale organizzazione di mediazione internazionale. L’accordo prevedrà una autorizzazione al genitore tedesco a rimanere in Germania con il figlio e ampie visite per il genitore italiano. In questo modo la sottrazione viene derubricata e chiusa. Dopo sei mesi la competenza passa ufficialmente al giudice tedesco che, su richiesta del genitore tedesco e con un nuovo procedimento, cancellerà ogni accordo precedente e soprattutto ogni contatto tra il bambino e il suo genitore italiano. Così si concludono moltissimi dei “casi risolti” riportati nelle statistiche ufficiali dei nostri ministeri.

 

 

Dott.ssa Marinella Colombo

Membro della European Press Federation
Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus - Roma
Membro dell’Associazione European Children Aid (ECA) - Svizzera
Membro dell’Associazione Enfants Otages - Francia

mercoledì 27 ottobre 2021

Genitori discriminati perché italiani - L'Europa di oggi

 


L'Europa oggi: essere italiani significa per molti genitori perdere ogni diritto sui propri figli.
Se ne parla in questo incontro:



sabato 3 luglio 2021

Perché Hitler influenza ancora oggi l'educazione dei bambini

 



Un bestseller e le sue innumerevoli conseguenze

 

Nel 1934, la dottoressa Johanna Haarer pubblicò la sua guida Die deutsche Mutter und ihr erstes Kind (La madre tedesca e il suo primo figlio). Il libro vendette 1,2 milioni di copie e divenne un testo base per l'educazione, utilizzato anche negli asili, negli istituti e nei corsi di formazione alla maternità durante il periodo nazista.

Nel suo testo, la Haarer raccomanda alle madri di fare in modo che i figli crescano sviluppando il minor attaccamento possibile. Se il bambino piange, bisogna lasciarlo piangere, evitando a tutti i costi un tenerezza eccessiva.

Gli studiosi temono che questo abbia provocato in quei bambini dei disturbi dell'attaccamento. Disturbi che sono stati poi trasmessi di generazione in generazione.

 

Perché Hitler influenza ancora oggi l'educazione dei bambini

 

Per avere una generazione di fedeli seguaci, i nazisti imposero alle madri di ignorare i bisogni dei loro figli. Persino i nipoti soffrono ancora per quelle relazioni spezzate.  Un'analisi di Anne Kratzer

 

Vorrebbe amare i suoi figli, ma non ci riesce fino in fondo. Renate Flens arriva allo studio della psicoterapeuta Katharina Weiß con una depressione. Ben presto la psicoterapeuta inizia a sospettare che dietro ai problemi della sua paziente si nasconda in fondo la frustrazione di non essere capace di permettere alle persone di avvicinarsi a lei. 

 

Dopo una lunga ricerca nel passato di Renate Flens, le due donne credono finalmente di aver trovato la colpevole: la dottoressa Johanna Haarer, che all'epoca del nazionalsocialismo scriveva manuali spiegando come crescere i bambini per il Führer. Eppure Renate Flens – nome di fantasia - è nata negli anni '60 - cioè dopo la guerra. Ma i libri di Haarer erano stati dei bestseller e anche nella Germania del dopoguerra, copie delle sue opere si potevano trovare in quasi tutte le case. Investigando sul tema con la terapeuta, Renate Flens ricordò di aver visto anche dai suoi genitori un libro della Haarer. 

 

Un aspetto particolarmente perfido della filosofia educativa della Haarer potrebbe anche essere stato tramandato di generazione in generazione: al fine di renderli buoni soldati e fedeli seguaci, il regime nazista esortava le madri a ignorare di proposito i bisogni dei loro bambini che si voleva provassero poche emozioni e senso dell'attaccamento. Se un'intera generazione è stata sistematicamente educata a non stringere legami con gli altri altri, cosa può insegnare a figli e nipoti? 

 

"Analisti e ricercatori si sono occupati a lungo di questo argomento, che invece è stato ignorato dal grande pubblico”, afferma Klaus Grossmann, nel suo ultimo studio all'Università di Regensburg, scritto dopo aver condotto studi sull’attaccamento madre-bambino già negli anni '70. Nelle sue osservazioni aveva osservato ripetutamente scene come questa: un bambino sta piangendo, la madre cammina verso il bambino, ma si ferma poco prima di raggiungerlo. Anche se il suo bambino sta piangendo a pochi metri di distanza, lei non accenna a prenderlo in braccio o a confortarlo. "Quando chiedevamo alle madri perché si comportassero in questo modo, dicevano che era soprattutto per non viziare il bambino".

 

Tali affermazioni e modi di dire come "Un indiano non conosce il dolore" si sentono ripetere spesso ancora oggi. Anche il bestseller Ogni bambino può imparare a dormire di Annette Kast-Zahn e Hartmut Morgenroth indicano una strada che va nella stessa direzione. Il libro consiglia di coricare da soli in una stanza i bambini che hanno difficoltà ad addormentarsi, o a dormire in modo continuativo, di controllarli e parlare con loro a intervalli sempre più lunghi, ma senza mai prenderli in braccio, anche se stanno piangendo.

 

"È meglio mettere il bambino in una stanza tutta sua, dove poi rimarrà da solo", scriveva anche Johanna Haarer nel suo manuale del 1934, La madre tedesca e il suo primo figlio. Se il bambino comincia a piangere o urlare, va ignorato: "Non cominciate a prendere il bambino dal letto, a tenerlo in braccio, a cullarlo, o a tenerlo in grembo, e tantomeno ad allattarlo. Il bambino capisce incredibilmente in fretta che ha solo bisogno di gridare per richiamare un'anima compassionevole e diventare l'oggetto delle sue cure. Dopo poco esigerà questa attenzione come un diritto e non darà più tregua fino a quando non sarà di nuovo preso in braccio e cullato. A questo punto sarà diventato il piccolo ma implacabile tiranno domestico!".

Il bambino come un tormentatore la cui volontà deve assolutamente essere spezzata - era questo il modo in cui Johanna Haarer vedeva i bambini. Ancora oggi si percepiscono le conseguenze di un tale approccio. Alcuni ricercatori, medici e psicologi ipotizzano che il basso tasso di natalità, i numerosi divorzi, l’alto numero di persone che vivono sole, i tantissimi casi di burn-out, di depressione e in genere di malattie mentali potrebbero essere la conseguenza della mancanza di emozioni e attaccamento.

 

Rigorosamente considerate, le ragioni di queste circostanze sociali sono certamente molteplici. Eppure l'influenza della Haarer può ancora essere rintracciata in alcuni casi clinici, come nel caso della paziente di Katharina Weiß. "Di solito in queste terapie ci sono in primo piano temi molto diversi. Eppure dopo un po' emergono tratti che rimandano chiaramente alla Haarer: disgusto per il proprio corpo, rigide regole alimentari o incapacità a relazionarsi", afferma la psicoanalista.

 

Anche lo psichiatra e psicoterapeuta Hartmut Radebold racconta di un suo paziente con gravi difficoltà di relazione e di identità. Anche quest’uomo aveva poi trovato a casa un grosso quaderno nel quale sua madre aveva annotato innumerevoli informazioni sul suo primo anno di vita: peso, altezza, o frequenza di defecazione - ma non una sola parola sui sentimenti.

 


Colmare di affetto il bambino, anche ad opera di terze persone, può essere nocivo e alla lunga renderlo effeminato.

Johanna Haarer in " La madre tedesca e il suo primo figlio" (manuale per genitori del 1934).

 "Il bambino va nutrito, lavato e asciugato, ma per il resto va lasciato completamente solo", consigliava Johanna Haarer. Essa descrisse in dettaglio ogni aspetto fisico, ignorando però completamente il lato psicologico e mettendo continuamente in guardia nei confronti degli atteggiamenti affettuosi che definiva “scimmieschi”: "Colmare di affetto il bambino, anche ad opera di terze persone, può essere nocivo e alla lunga renderlo effeminato. Alla madre, così come al bambino tedesco, si addice una certa frugalità in queste cose”. Subito dopo la nascita, sosteneva, è bene isolare il bambino per 24 ore, invece di parlargli in uno "stupido e ridicolo linguaggio infantile". La madre deve parlargli esclusivamente in "tedesco razionale" e se il bambino piange, va lasciato piangere. Questo rafforzerebbe i polmoni e anche il bambino.

 

 

Evitare il contatto fisico

 

I consigli della Haarer si presentavano con apparenza moderna e scientifica, ma erano – questo era in realtà già noto anche all'epoca - sbagliati e persino dannosi. I bambini hanno bisogno del contatto fisico, mentre la Haarer raccomandava di ridurre al minimo tale contatto, persino quando si teneva in braccio il bambino. Consigliava fortemente una postura del tutto innaturale, illustrata anche con immagini: le madri tengono i loro figli in modo da toccarli il meno possibile, e se li guardano, non li guardano mai negli occhi.

 

 

Un'educazione concepita per ottenere soldati insensibili

 

 Esperienze del genere possono essere traumatizzanti. Tra il 2009 e il 2013, la psicologa Ilka Quindeau e i suoi colleghi dell'Università di Scienze Applicate di Francoforte furono incaricati dal Ministero Federale dell'Educazione e della Ricerca di studiare la generazione dei bambini di guerra. Il loro studio doveva in realtà concentrarsi sugli effetti tardivi dei bombardamenti e della fuga. Ma dopo le prime interviste, i ricercatori dovettero cambiare l’impostazione del loro studio: durante le conversazioni emersero così spesso le esperienze familiari che decisero di aggiungere un'ulteriore intervista su questo argomento, intervista che durò per ognuno diverse ore. Alla fine, i ricercatori conclusero: "Queste persone hanno mostrato un modello di lealtà sorprendentemente forte verso i loro genitori. Il fatto che non sia stato evocato nessun tipo di conflitto è un segno di disfunzione della relazione". Quindeau fece inoltre notare che in nessun'altra parte d'Europa c'era un tale e così ampio interesse per i “bambini della guerra” come in Germania, benché anche negli altri paesi ci fossero state distruzioni e bombardamenti.

Nel 1949 la psicanalista austro-britannica Anna Freud scoprì che i bambini che mostravano un buon legame con i propri genitori percepivano la guerra in modo meno grave rispetto a quelli che non l'avevano. Quindeau, valutando congiuntamente questi studi, ritenne che i racconti dei bambini della guerra su bombardamenti e espulsioni fossero in realtà il racconto del disastro delle loro esperienze familiari. Queste esperienze così dolorose erano diventate indicibili.

 

 

Incapaci di provare sentimenti

 

Questa interpretazione è comunque difficile da dimostrare. Gli studi randomizzati che esaminano sperimentalmente l'influenza dei consigli educativi della Haarer non sono fattibili per ragioni etiche. Ma anche le ricerche che non si occupano esplicitamente dell'educazione nel Terzo Reich hanno fornito prove preziose, afferma Grossmann. "Tutti i dati che abbiamo indicano quanto segue: Se si priva un bambino della reattività sensibile nel primo-secondo anno di vita - come sosteneva Johanna Haarer - il bambino svilupperà capacità emozionali e reattive in maniera estremamente limitata”.

 

Questo studioso dell'attaccamento indica, tra l'altro, un lungo studio pubblicato nel 2014 sulla rivista Pediatrics da un team guidato dalla psichiatra Mary Margaret Gleason della Tulane University di New Orleans, Louisiana. Gleason e i suoi colleghi divisero in due gruppi 136 orfani rumeni, di età compresa tra sei mesi e quattro anni: un gruppo fu cresciuto in istituto, mentre gli altri furono dati a famiglie affidatarie. I bambini della regione, cresciuti con i loro genitori biologici servirono da gruppo di controllo. Furono riscontrati problemi di linguaggio e attaccamento sia nei bambini rimasti in istituto che in quelli dati in affido. Vediamo ad esempio questo esperimento con 89 soggetti: un estraneo entra dalla porta e chiede ai bambini di seguirlo senza dare spiegazioni. Il 3,5% dei bambini del gruppo di controllo lo segue, rispetto al 24,1% dei bambini in affidamento e ben il 44,9% dei bambini in istituto. 

 

"Questi bambini, che non pensano e non provano sentimenti, sono ottimi cittadini di una nazione guerriera", dice Karl-Heinz Brisch, psichiatra e psicoterapeuta presso l'ospedale pediatrico Dr. von Haunerschen dell'Università Ludwig Maximilian di Monaco. D'altronde anche nell'antica Sparta i bambini venivano educati con questo obiettivo, afferma. "Il principio di Johanna Haarer è che non vada data attenzione al bambino quando esso la richiede. Ma ogni rifiuto significa anche rigetto", spiega Grossmann. Un neonato dispone solo di gesti e mimica per comunicare. Se non ottiene nessuna reazione, imparerà che le sue comunicazioni espressive non hanno nessun valore. I neonati provano inoltre una paura mortale quando sentono la fame o la solitudine e quando non vengono tranquillizzati da chi li accudisce. Nel peggiore dei casi tali esperienze possono in seguito provocare un trauma da attaccamento che rende difficile più tardi nella vita a queste persone formare relazioni con altre persone. 

 

 

Suggerimenti educativi della pneumologa

 

La Haarer, che era appunto una pneumologa e non aveva una formazione né pedagogica né pediatrica, fu comunque convintamente sostenuta dai nazionalsocialisti. I consigli contenuti nel suo libro, La madre tedesca e il suo primo figlio, furono insegnati nei cosiddetti corsi di formazione alla maternità del Reich. I corsi avevano lo scopo di insegnare a tutte le donne tedesche delle regole uniformi per la cura dei bambini. Solo nell'aprile 1943, almeno tre milioni di donne vi avevano preso parte. Inoltre il suo manuale era la base dell'educazione impartita in asili e comunità.

 


Ancora prima di pubblicare la sua “bibbia dell’educazione”, Johanna Haarer aveva già scritto per alcuni giornali sul tema della cura dei bambini. In seguito pubblicò altri libri, tra cui Mutter, erzähl von Adolf Hitler (Madre, racconta di Adolf Hitler), una sorta di favola intrisa di antisemitismo e anticomunismo in forma comprensibile ai bambini, e Unsere kleinen Kinder (I nostri bambini piccoli), un'altra guida per genitori. Dopo il periodo nazista, la donna originaria di Monaco di Baviera, fu internata per un anno e mezzo. Secondo due delle sue figlie, rimase comunque un'entusiasta nazionalsocialista fino alla sua morte sopravvenuta nel 1988. Non solo la sua personale visione educativa sopravvisse al Terzo Reich, ma anche la sua opera principale Die deutsche Mutter und ihr erstes Kind (La madre tedesca e il suo primo figlio), che rimase in circolazione ancora per molto tempo. Dalla pubblicazione alla fine della guerra il libro vendette 690.000 copie, promosse dalla propaganda nazista. Ma anche dopo la guerra, in una versione epurata dal gergo nazista più grossolano, ne vendette altrettante. Nel 1987 il totale delle vendite era di 1,2 milioni di copie.

 

Di generazione in generazione

 

Questi numeri mostrano quanto fascino avesse ancora nel dopoguerra la visione del mondo secondo la Haarer. Innanzi tutto bisogna chiedersi perché le madri implementarono un approccio così innaturale. "Non erano tutte d’accordo", sostiene Hartmut Radebold. Lo psichiatra, psicoanalista e scrittore, studiò a fondo la generazione dei bambini di guerra. Egli presume che la guida educativa della Haarer abbia avuto un'influenza in particolare su due gruppi: sui genitori che si identificavano fortemente con il regime nazista, e sulle giovani donne che - spesso a causa della prima guerra mondiale - provenivano da famiglie distrutte e quindi non sapevano cosa e come fosse una buona relazione. Se inoltre si ritrovavano sole, perché i mariti stavano combattendo al fronte, erano anche sopraffatte e insicure, e quindi particolarmente ricettive nei confronti della propaganda educativa della Haarer. 

 

Inoltre anche prima del 1934 un’educazione estremamente rigorosa era già pratica comune in Prussia.


Grossmann ritiene che solo una cultura con una certa precedente inclinazione verso queste idee di durezza e di imposizioni avrebbe potuto attuare cose del genere. Questo coinciderebbe anche con i risultati degli studi degli anni '70, che indicano, per esempio, che a Bielefeld in quel periodo circa un bambino su due mostrava un comportamento di attaccamento insicuro, mentre a Ratisbona, nella Germania meridionale, che non è mai appartenuta alla sfera di influenza prussiana, nemmeno un bambino su tre. 

 

Per valutare quanto è sicuro il legame tra madre o padre e bambino, Grossmann e altri ricercatori usano spesso lo Stranger Situations Test (experiments on attachment quality) sviluppato dalla psicologa statunitense Mary Ainsworth. In tale esperimento, una madre entra in una stanza con il suo bambino e lo mette a sedere con un giocattolo vicino. Dopo 30 secondi si siede su una sedia e legge una rivista. Dopo non più di due minuti, suona un segnale per ricordare alla madre di incoraggiare il bambino a giocare, in caso non lo stia già facendo. A ulteriori intervalli, da uno a tre minuti, si svolgono poi le seguenti scene: una donna sconosciuta appare nella stanza e tace, poi le due donne parlano tra loro, la sconosciuta si occupa del bambino, la madre mette la sua borsetta sulla sedia e lascia la stanza. Dopo poco la madre torna nella stanza e la sconosciuta se ne va. Poco dopo se ne va anche la madre, lasciando il bambino da solo. Dopo alcuni minuti la sconosciuta torna nella stanza e si occupa del bambino, solo dopo arriva la madre. 

 

Gli studiosi dell'attaccamento hanno osservato attentamente il comportamento del bambino. Se è brevemente irritato e piange nella situazione di separazione, ma si calma velocemente, si considera che abbia un saldo rapporto di attaccamento. Se non si calma - oppure non reagisce per niente alla scomparsa della mamma - si considera che abbia un rapporto di attaccamento insicuro. Grossmann ha fatto il test in diversi contesti culturali. Durante le osservazioni lo studioso ha constatato che in Germania, diversamente da altri paesi occidentali, un numero particolarmente elevato di adulti sarebbe positivamente impressionato dal fatto che i bambini non reagiscano alla scomparsa della mamma o della principale persona di riferimento. I genitori percepiscono tale comportamento come quello di una personalità "indipendente". 

 

 

Come i genitori così i bambini

 

Tali studi suggeriscono inoltre che i bambini, una volta divenuti adulti e genitori a loro volta, trasmettano inevitabilmente questo tipo di relazione dell’attaccamento alla generazione successiva. In uno degli studi compiuti, Grossmann e colleghi hanno anche osservato lo stile di attaccamento dei genitori dei bambini osservati, con l'aiuto di interviste realizzate quattro o cinque anni dopo aver effettuato lo Stranger Situation Test. Nella loro valutazione, gli studiosi hanno incluso non solo il contenuto delle risposte, ma anche le emozioni degli adulti durante l'intervista. Per esempio, i ricercatori hanno annotato anche tratti dei soggetti come cambiare spesso argomento, dare solo risposte monosillabiche o generalizzare troppo, lodando i propri genitori senza descrivere situazioni specifiche. Il risultato della pubblicazione del 1988 fu che tra i 65 casi di genitori e figli analizzati, il tipo di relazione di attaccamento dei bambini corrispondeva a quello dei loro genitori con una frequenza dell’80%. Una meta-analisi pubblicata nel 2016 dal gruppo di ricercatori guidati da Marije Verhage dell'Università di Amsterdam, che aveva analizzato i dati di 4.819 persone, confermò l'effetto della trasmissione del tipo di relazione di attaccamento da una generazione all’altra.

 

In che modo esattamente i genitori trasmettano le esperienze negative della propria infanzia ai figli è ancora oggetto di varie teorie. Tuttavia è ormai riconosciuto che anche i fattori biologici possano avere un ruolo importante. Nel 2007, per esempio, Dahlia Ben-Dat Fisher della Concordia University di Montreal e i suoi colleghi constatarono che la prole di madri che erano state trascurate durante la loro infanzia mostrava al mattino livelli regolarmente più bassi dell'ormone dello stress, il cortisolo. I ricercatori interpretano questo fatto come un segno di elaborazione anormale dello stress. 

 

Nel 2016, un team guidato da Tobias Hecker dell'Università di Zurigo confrontò i bambini della Tanzania che avevano affermato di aver subito molta violenza fisica e psicologica con quelli che avevano riferito solo un piccolo abuso. Nel primo gruppo, constatarono non solo una maggiore incidenza di problemi medici, ma anche una metilazione anomala del gene che codifica la proteina proopiomelanocortina. Questo è il precursore di tutta una serie di ormoni, tra cui l'ormone dello stress adrenocorticotropina, che è prodotto nella ghiandola pituitaria. I modelli di metilazione del DNA alterati possono influenzare l'attività di un gene - e con ogni probabilità essere trasmessi di generazione in generazione. Gli studiosi osservarono questo fenomeno in dettaglio negli esperimenti sugli animali, ma il quadro è meno chiaro rispetto a quanto avvenga negli esseri umani. 

 

A livello comportamentale, si può trasmettere solo ciò che si conosce in termini di esperienza, spiega Grossmann. Per essere sicuri, i genitori possono consapevolmente confrontarsi con la propria esperienza di attaccamento e cercare di crescere i propri figli in modo diverso. "Ma nei momenti di stress, spesso si ricade nei modelli appresi e inconsci", dice Grossmann. Forse è per questo che Gertrud Haarer, la più giovane delle figlie di Johanna Haarer, non volle mai avere figli. Criticò pubblicamente sua madre e, dopo una grave depressione, scrisse un libro sulla vita di sua mamma e sulle sue idee. La figlia stessa riconosce di essere stata a lungo una persona incapace di avvicinarsi agli altri e inoltre confessa di non avere memoria della sua infanzia. "Evidentemente sono stata talmente traumatizzata da pensare di non essere in grado di crescere dei bambini", ha spiegato in un'intervista alla Bayerischer Rundfunk. 

 

 Fonte: https://www.spektrum.de/news/paedagogik-die-folgen-der-ns-erziehung/1555862

Questa traduzione è apparsa in tre puntate sul settimanale Il Patto Sociale:

La prima parte si trova qui.

La seconda parte qui.

La terza parte qui.

mercoledì 21 aprile 2021

KINDERBONUS - Importo da dedurre dal pagamento degli alimenti di maggio 2021

Mandi soldi in Germania quale pagamento alimenti?

Leggi attentamente quanto segue sul KINDERBONUS

 

A chi invia ogni mese in Germania l’importo per il mantenimento del figlio, potrebbe infatti essere arrivata una lettera tipo quella che allego più sotto.

 

Si tratta della comunicazione relativa al KINDERBONUS, un importo di 150 euro, che lo stato tedesco pagherà ad ogni bambino, indipendentemente dal reddito dei genitori ed in aggiunta al noto “Kindergeld”, nel mese di maggio 2021.

 

Questi 150 euro, che vengono pagati ad entrambi i genitori, in realtà finiscono sul conto del genitore che riceve anche il pagamento degli alimenti dall’altro.

 

Pertanto, il genitore che paga gli alimenti è autorizzato, per il mese di maggio 2021, a dedurre 75 euro (cioè la sua metà dei 150 euro che l’altro incassa) dall’importo degli alimenti che verserà per quel mese!


Per verifica e controllo consiglio di leggere i due testi seguenti del Ministero delle Finanze tedesco e dell’Agenzia tedesca per il lavoro

 

https://www.bundesfinanzministerium.de/Content/DE/Gesetzestexte/Gesetze_Gesetzesvorhaben/Abteilungen/Abteilung_IV/19_Legislaturperiode/Gesetze_Verordnungen/2021-03-17-Drittes-Corona-Steuerhilfegesetz/0-Gesetz.html

 

https://www.arbeitsagentur.de/familie-und-kinder/kinderbonus

domenica 28 marzo 2021

Il giudice, la politica e la sottrazione internazionale di minore

 


Link alla registrazione del convegno: https://youtu.be/_bHflZBbS-A


Qui sotto un intervento in particolare.

La sottrazione minorile nello scenario internazionale

 Incontro di martedì 16 marzo 2021

 

Intervento e considerazioni di Marinella Colombo

IL GIUDICE, LA POLITICA E LA SOTTRAZIONE INTERNAZIONALE DI MINORE

 

Nel ringraziare gli organizzatori del Convegno, desidero esprimere loro la mia stima per l’impegno profuso nel rendere possibile questo evento. La sottrazione internazionale di minori è un problema diffuso e in continuo aumento. Non riguarda solo le poche centinaia di casi riportati dall’Autorità centrale che, anche a detta della stessa vice-ministro Marina Sereni, intervenuta prima di me, sono in effetti solo quelli che gli interessati hanno voluto segnalare all’Autorità centrale, a Roma. La problematica riguarda in realtà migliaia di bambini che perderanno la loro identità, lingua e cultura italiana, rendendo loro la famiglia italiana allargata nient’altro che un gruppo di estranei con i quali non sono più neanche in grado di comunicare.

 

Da un punto di vista istituzionale va innanzi tutto evidenziato come, quando si parla di sottrazioni internazionali di minori, l’azione della nostra Autorità centrale del Ministero di Giustizia (autorità preposta a questo genere di problematiche, come già ben spiegato dalla Presidente della Camera Minorile di Brindisi, l’avv. Simonetta de Carlo) si concentri purtroppo esclusivamente sulle sottrazioni relative a bambini portati in Italia dall’estero ad opera del genitore italiano del minore. Per i bambini italiani portati dall’Italia all’estero si demanda completamente all’autorità straniera omologa. E’ questo il motivo per il quale la problematica delle sottrazioni internazionali di minore non ha mai registrato iniziative che abbiano inciso positivamente e risolutivamente, nonostante i numerosi “vademecum” e le task force tra ministeri sempre continuamente rinnovate almeno negli ultimi tredici anni. L’uso dei pochi, eppure esistenti, strumenti di prevenzione e anche di sostegno al connazionale viene ignorato. Il genitore italiano che chiede aiuto viene troppo spesso percepito dalle nostre autorità consolari come un elemento fastidioso e di disturbo.

Questo modo di procedere del sistema italiano è ormai definito da molti come “auto-razzista” ed “autolesionista”. Tenterò di spiegare cosa porta a questa amara definizione dei fatti.

1. Una fattispecie di sottrazione è il caso del cittadino italiano (non importa se padre o madre) emigrato all’estero con la convinzione di trovare una sorta di “eldorado”, sia per cercare lavoro, sia per seguire il/la compagno/a che ama. Quando l’unione fallisce, scopre di essere completamente privo/a di diritti anche nei confronti dei figli.

2. L’altra fattispecie è quella del cittadino italiano (non importa se padre o madre) che ha avuto un figlio in Italia con un/a cittadino/a straniero/a. Quando si rende conto che lui/lei vuole andarsene cerca, senza successo, di tutelare il bambino e quando il bambino è ormai all’estero si ritrova completamente solo, perseguitato dai tribunali (tra l’altro diventa un bancomat) ad assistere impotente alla cancellazione del suo ruolo genitoriale.

 

Le Autorità italiane ignorano completamente il fatto che, nel caso 1, se un genitore italiano fa rientro in Italia con la prole, lo fa solo perché ha dovuto sperimentare a sue spese come nei tribunali esteri il fatto di essere italiano sia una pregiudiziale nella possibilità di ottenere e continuare ad esercitare i suoi diritti/doveri di genitore. Tornando in Italia, nel suo paese, crede di poter ritrovare una giustizia equa che sentenzi in base ai fatti e non ai pregiudizi e che tuteli il diritto alla bigenitorialità della prole. La risposta italiana (e solo italiana!) è invece sempre la stessa: decreto di rimpatrio immediatamente esecutivo con la forza dopo il primo grado di giudizio. Mentre cioè ogni cittadino è innocente fino all’eventuale condanna in terzo grado, i bambini, dopo un procedimento sommario che si conclude con una sola udienza, vengono prelevati a casa o a scuola con enorme dispendio di uomini e mezzi, dunque di preziose risorse, per essere letteralmente impacchettati e rispediti all’estero presso un genitore che, nel migliore dei casi si adopererà per cancellare la loro parte italiana di identità e dove il tribunale toglierà al genitore italiano la potestà (oggi responsabilità genitoriale) anche senza neppure averlo mai incontrato. Queste sono, secondo le autorità italiane, i casi di sottrazione nei quali esse intervengono, risolvono in modo rapido e delle quali riferiscono con orgoglio in relazioni e convegni. In effetti Convenzioni e regolamenti non lasciano molto spazio d’azione, ma anche quel poco che si può fare (per esempio invocare l’Art. 13b della Convenzione per negare il rimpatrio) non viene praticamente mai fatto. L’Associazione Centro Servizi interdisciplinare, con il suo Sportello Jugendamt (sportello del quale sono responsabile nazionale) e l’avvocata che collabora con noi, l’avv. Irene Margherita Gonnelli, ha lavorato con i governi precedenti, preparando proposte concrete e di relativamente semplice attuazione per modificare questa situazione, sia con provvedimenti legislativi che amministrativi. Pare sia mancata la volontà di risolvere tale problematica dovuta, a mio modesto parere, ad una profonda mancanza di dignità in quanto Popolo e Stato italiano. Relativamente alla ratifica italiana della Convenzione dell’Aja, inspiegabilmente articolata contro i cittadini e soprattutto i bambini italiani, rimando al mio libro La tutela oltre la frontiera. Bambini bilingue senza voce – Bambini binazionali senza diritti, edito da Bonfirraro.

Mentre per un altro esempio, l’assurdo obbligo – soltanto italiano – di chiedere l’autorizzazione al genitore straniero (spesso il sottrattore) per conseguire il proprio passaporto di cittadino adulto italiano, rimando alla Petizione presentata al Parlamento europeo; qui http://jugendamt0.blogspot.com/2019/01/la-petizione-che-riguarda-tutti-i.html e qui il link per accedere e firmare (è sufficiente iscriversi al sito del Parlamento e firmare digitalmente):

https://www.europarl.europa.eu/petitions/it/petition/content/0610%252F2018/html/Petition-No-0610%252F2018-by-Marinella-Colombo-%2528Italian%2529-on-the-discriminatory-practice-of-the-Italian-State-in-relation-to-the-issue-and-renewal-of-the-passport-of-the-Italian-parent

 

Nel caso 2, quello delle sottrazioni di bambini portati via dall’Italia ad opera del genitore straniero, le autorità italiane sottolineano come sarebbe doveroso prevenire e leggere una delle numerosissime ristampe del “vademecum” del Ministero sulla sottrazione. In effetti prevenire, in quasi tutti gli ambiti, è estremamente saggio. Ma nelle Procure e nei Tribunali italiani il genitore italiano che tenta di prevenire una sottrazione si sente rispondere “non è possibile fare processi alle intenzioni”. Dunque non viene messa in atto praticamente nessuna misura atta a prevenire e, se è la madre ad essere italiana, si apre la strada all’accusa di essere una madre “malevola” e di inventarsi accuse per tenere i bambini per sé.

In mancanza di misure preventive, troppo spesso un genitore si ritrova all’improvviso con una casa vuota. La prole è ormai all’estero. Il giudice italiano, quello del luogo di residenza abituale, non ha ora a che fare con un “processo alle intenzioni”, ma con una sottrazione che si è ormai realizzata.

Potrebbe ancora salvare la situazione, potrebbe emettere un decreto inaudita altera parte certificante che la residenza abituale del bambino è in Italia (Art. 15 Conv. Aja). Con tale decreto, il tribunale del paese nel quale è stato condotto il minore, sarà praticamente costretto a decretarne il rimpatrio. Il resto del procedimento su affido ed eventuale trasferimento autorizzato devono aver luogo in Italia.

In pratica succede invece questo: l’avvocato, non necessariamente specializzato in casi di famiglia internazionale (o comunque non a riportare in Italia i bambini – ci sono avvocati che si vantano di aver mandato all’estero bambini italiani in modo estremamente veloce!) invece di presentare al giudice tale richiesta, presenta istanza di separazione. Oppure inizia procedimenti penali contro il genitore non-italiano, finalizzati a condanna ed estradizione, ignorando che non pochi Paesi non estradano i loro concittadini. Dunque anche l’eventuale “vittoria” nei tribunali penali italiani non riporta a casa il figlio.  Passano mesi e anni, il bambino – indipendentemente dall’esito del procedimento di separazione – resta all’estero. Oppure l’avvocato è al corrente e presenta istanza ex art. 15 della convenzione. Qui la situazione è ancora più tragica (e purtroppo ben documentata) perché il giudice del Tribunale per i minorenni si dichiara non competente e rimanda al tribunale ordinario. Il giudice del tribunale ordinario rimanda invece a quello per i minorenni. Se poi uno dei due decide di dar seguito all’istanza, ignora comunque la richiesta di urgenza e di inaudita altera parte (cioè senza notifica alla controparte) e fissa il termine entro il quale il genitore italiano deve notificare all’estero al genitore che spesso non sa neppure dove si sia nascosto!!! Con il bambino ormai all’estero l’azione italiana si risolve con l’invio di qualche mail e qualche fax all’Autorità centrale omologa estera. Nel 99% dei casi questi bambini non tornano più. Vengono mantenuti all’estero con soldi italiani. Va riconosciuto che in questo ambito le Autorità italiane sono molto efficaci e velocissime: vengono sequestrati in Italia stipendi, case e risparmi a tempo record e gli importi vengono mandati all’estero.

L’esempio che rinchiude entrambi le fattispecie di comportamenti dell’Autorità centrale italiana è quella del papà italiano (colui che ha chiesto poi di intervenire nel presente dibatto e che darà così ulteriori dettagli) che permette alla moglie, stabilmente residente in Italia da anni, di andare a partorire nel suo paese. Dopo il parto, lei rimanda continuamente il rientro e costringe il marito a inoltrare richiesta di rimpatrio della piccola, ma il giudice italiano, territorialmente competente per quel nucleo famigliare, glielo nega. L’Italia dunque preferisce smembrare una famiglia lasciando una cittadina di domani crescere all’estero senza padre. Quando però dall’estero arriva la richiesta di integrazione del pagamento degli alimenti (che il padre ha sempre pagato, ma secondo la controparte non a sufficienza) allora l’Autorità centrale italiana diventa più che attiva nel perseguire il proprio concittadino, sia nella scelta delle parole che nei fatti. Tutto ciò è di davvero difficile comprensione e accettazione.

 

Se il Ministero di Giustizia si è dotato di un’Autorità centrale, il Ministero degli esteri, dunque lo Stato italiano, ha delle rappresentanze consolari negli altri Paesi. Il loro ruolo di sostegno al cittadino e genitore italiano è fondamentale. Non solo il Console ricopre tra l’altro funzioni di giudice tutelare del minore italiano, ma può evitare, con la sua presenza in udienza, che il genitore italiano venga denigrato insieme a tutto il suo Paese e che quindi al bambino venga negato in maniera completa il suo diritto a mantenere rapporti con entrambi i genitori. Purtroppo la situazione fattuale ci trasmette un’immagine ben diversa di questi alti funzionari. Spesso il Console si appella ad ogni genere di motivazioni per non presentarsi in udienza, non informarsi dei procedimenti relativi a minori suoi concittadini, insomma non sostenere il proprio concittadino.

 

Come invece evidenziato anche dalla vice-ministro, il ruolo dei Consoli è fondamentale, pertanto auspichiamo, anzi chiediamo formalmente che il Ministero degli Esteri prenda buona nota e dia precisa indicazione a Consolati ed Ambasciate di seguire e rispettare quanto previsto dalla Risoluzione del Parlamento europeo del 29 novembre 2018 ed in particolare quanto previsto al punto 30 che cito “[Il Parlamento europeo] ricorda agli Stati membri l'importanza di attuare sistematicamente le disposizioni della convenzione di Vienna del 1963 e di assicurarsi che le ambasciate e le rappresentanze consolari siano informate fin dalle prime fasi di tutti i procedimenti di presa in carico dei minori riguardanti i loro cittadini e abbiano pieno accesso ai relativi documenti; sottolinea l'importanza di una cooperazione consolare affidabile in questo settore e suggerisce che alle autorità consolari sia consentito di partecipare a tutte le fasi del procedimento

https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2018-0476_IT.pdf?redirect

 

A conclusione di questo mio intervento desidero infine sottolineare che la risoluzione della problematica “sottrazioni internazionali” si risolverà quando, senza cercare complicate soluzioni anche di difficile attuazione, lo Stato italiano – le sue cariche, amministrazioni e tutti i suoi apparati – ritroverà la propria dignità. Solo in condizione di tale ritrovata dignità potrà efficacemente difendere i propri concittadini, soprattutto quelli di domani, i nostri bambini.

Dott.ssa Marinella Colombo